E' opportuno parlare di riabilitazione?

Per molto tempo la sordità è stata affrontata da un punto di vista medico-riabilitativo, puntando l'attenzione solo sul deficit acustico da riparare attraverso l'uso di protesi o altri tipi di interventi.
Solo da qualche decennio, grazie a progressi della ricerca scientifica, si è diffusa una nuova filosofia che guarda alla persona sorda nella sua totalità e che, senza negare o ostinarsi a tutti i costi a ridurre il deficit, ne colloca lo sviluppo linguistico in un contesto più ampio, all'interno del quale il bambino sordo vine valutato non tanto sulla base di come "parla", ma piuttosto sulla base di quello che egli "è" e di quello che egli "sa". In questa prospettiva culturale, il sordo viene visto nella sua peculiarità: egli facendo affidamento sulle sue capacità visive e sulla sua specifica percezione del mondo si esprime pienamente attraverso la lingua naturale, quella dei segni.
La lingua dei segni, espressione della modalità di esistenza tipica dei sordi, non è un metodo ma una lingua con tutte le caratteristiche di una lingua vera e propria, quella della comunità dei sordi. L'esposizione alla lingua dei segni sin dalla più tenera età permette lo sviluppo della piena competenza linguistica e rende più semplice, più rapida e sopratutto più completa l'acquisizione delle conoscenze e la trasmissione dei contenuti culturali.
La riabilitazione dei sordi alla comunicazione orale segue un iter molto lungo e faticoso, per la scarsa efficacia della protesi o per l'alto grado della sordità. Il modo di parlare dei sordi è il più delle volte artefatto, sconnesso e privo di naturalezza a causa dell'assenza di feedback acustico. C'è da chiedersi pertanto che senso abbia immergere il bambino sordo nella comunicazione sonora quando di fatto egli non sente. Sarebbe meglio consentirgli l'uso del suo linguaggio naturale, integrandolo solo successivamente con la logopedia e la lettura labiale.

Per farci un'idea del modo in cui i sordi vivono questo ricondizionamento, ecco la testimonianza di uno di loro, educato al linguaggio vocale, che, in età adulta,si rivolge alla sua logopedista:
Tu non immagini quanta fatica mi costi l'apprendimento di alcune parole, dei fonemi. E' un vero e proprio stress[...] Tu sei fissata sull'allenamento acustico...Io, invece, voglio essere rispettato nella mia sordità dalle voci e dai suoni [Pigliacampo 1996,28,41].

La rieducazione orale è faticosa e spesso frustrante per un bambino, la cui capacità di applicazione è il più delle volte scarsa e discontinua, richiede tempi talmente lunghi da assorbire gran parte del tempo a disposizione del bambino sordo durante gli anni cruciali per la sua formazione, con ogni probabilità l'acquisizione del linguaggio avverrà in ritardo. Invece la possibilità di traduzione simultanea nella lingua dei segni permetterebbe un reale inserimento della persona sorda.
Un'altro limite del metodo orale sta nel privileggiare la produzione sulla comprensione. Lo stesso arricchimento del vocabolario viene perseguito selezionando i vocaboli in base alle difficoltà di pronuncia, di conseguenza sarà molto ridotto. L'uso esclusivo del linguaggio orale può risultare emarginante persino per i sordi con buone prestazioni verbali. Negli ultimi decenni, gli studi psicolinguistici hanno evidenziato i numerosi limiti dell'oralismo che, provocando un notevole abbassamento del livello di istruzione della popolazione sorda, si è rivelato un fallimento linguistico, dimostrando al contempo che coniugare la gestualità alla parola non ostacola la comprensione del linguaggio verbale (orale e scritto).

Strategie rieducative
Nelle nuove strategie rieducative rientra il metodo bimodale. La sua peculiarità sta nell'esporre il bambino sordo a un imput trasmesso contemporaneamente in due modalità: acustico-vocale e visivo-gestuale, ma usando un'unica lingua, quella verbale. Si parla usando la costruzione sintattica della lingua italiana e simultaneamente si producono i segni corrispondenti. Per rendere maggiormente "visibile" e quindi comprensibile la struttura dell'italiano vengono utilizzati i segni (il lessico) della LIS e nei casi in cui non esiste un segno corrispondente si ricorre alla dattilologia, ovvero all'alfabeto manuale dei sordi. Il linguaggio misto usato nel metodo bimodale è l' Italiano segnato esatto (ISE).Le finalità di questa proposta educativa sono una buona produzione verbale e, soprattutto, il miglioramente della comprensione della lettura labiale, delle abilità di lettura e comprensione del testo e di scrittura.
Ancora più recente è l'approccio educativo bilingue.Questa situazione si differenzia da quella bimodale per il fatto che si tratta di due lingue piuttosto che di un linguaggio misto, utilizzate separatamente anche per evitare fenomeni di interferenza interlinguistica.La lingua dei segni e la lingua parlata e/o scritta vengono usate in situazioni diverse e con interlocutori diversi, senza mescolanza.Questo approccio educativo, in cui oralità e lingua dei segni non sono scelte alternative ma coesistono, offre al sordo maggiori occasioni di interazione, di comunicazione e la possibilità di accedere a due mondi culturali.
Per concludere accenniamo a quella forma di comunicazione integrata, diffusa già da diversi anni nella didattica per sordi, nota come Comunicazione totale.Riconosce le possibilità di usare le modalità linguistiche ritenute più appropriate nelle diverse situazioni, allo scopo di agevolare la persona sorda nei processi di apprendimento e nella vita relazionale,leggittimando il ricorso a qualsiasi strumento semiotico nella prassi comunicativa.
"Comunicazione totale" significa apertura verso qualsiasi modalità linguistica e volontà di garantire al massimo la comunicazione dei sordi mediante l'impiego (non simultaneo) di tutte le strategie complementari alla verbalità e in particolare al recupero della lingua dei segni e di tutte le altre forme di gestualità.Tale disposizione mentale rappresenta anche il superamento della secolare disputa ideologica tra oralismo e segnismo.

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